Insegnare Futuro

La nostra rubrica Our Knowledge Company ospita il terzo contributo di Mario Bartocci, Coordinatore della Fondazione Aristide Merloni e autore nel 2011 di “Animal Spirits in Vallesina. Enrico Loccioni e l’impresa come gioco”, un libro che descrive in modo originale ed entusiasmante la realtà del nostro Gruppo.

 

In questo articolo Bartocci ci parla di come costruire un futuro sostenibile a partire dagli insegnamenti del passato, dal radicamento nel territorio e dalla cultura dello scambio fra generazioni. Preziosi strumenti per consolidare e migliorare la rotta di un’impresa della conoscenza che cerca persone di qualità per un lavoro di qualità.

 

 

Il futuro è il luogo – spaziale e temporale – dove vivremo noi, i nostri figli, e tutte le generazioni che seguiranno.

 

Detta così, è solo un’affermazione scontata e banale.

 

Forse meno scontata e banale è l’idea che il futuro sarà – per gran parte – quello che già oggi stiamo costruendo; sarà l’applicazione pratica delle scoperte scientifiche che stanno sbocciando adesso, sarà lo sviluppo concreto delle innovazioni tecnologiche ora ancora allo stato sperimentale.

Ma sarà anche il risultato del modo con cui utilizziamo le risorse del nostro Pianeta, oggi, nella prospettiva di un domani in cui saranno sempre più scarse e sempre più a rischio di estinzione.

 

Certo, da alcuni anni c’è una forte sensibilità verso il risparmio energetico e l’impiego di energie alternative, ed è bene che questa sensibilità si traduca sempre più in azioni concrete.

 

Allo stesso tempo, le tecnologie informatiche aprono nuovi spazi all’imprenditorialità individuale; si pensi alla diffusione crescente delle tecniche di “3D print”.

Ma molto si può fare, a nostro avviso, cercando e scoprendo il nuovo nel consueto, e rimettendo in funzione risorse scioccamente abbandonate in nome del “progresso”; ad esempio, recuperando, dovunque possibile, il legame tra manualità e creatività, a lungo mortificato dal fordismo e dal post-fordismo, riqualificando l’agricoltura, sollevandola dalla sua posizione di cenerentola, coltivando piccoli appezzamenti rurali con tecniche di gestione avanzate, utilizzando i corsi d’acqua di pianura, a lungo considerati inutili, instaurando piccole centrali elettriche a bassa caduta, riscoprendo la bellezza di antichi monumenti lasciati in abbandono, o, peggio, deturpati dalla “modernità”.

 

Possono sembrare fantasie da intellettuale fanatico di ambientalismo, ma in realtà sono alcuni fondamenti di un nuovo modello di economia, più legata al territorio e alle persone, e tuttavia in grado di produrre reddito e ricchezza, più coerente con un futuro sostenibile e vivibile.

 

Quando si parla di questi argomenti, si sente dire talvolta che “i giovani non vedono futuro”; è un pessimismo comprensibile, dettato anche dalla gravissima crisi che stiamo vivendo.

 

Probabilmente, però, si tratta di una visione distorta di ciò che s’intende per futuro; si pensa, cioè, che il futuro sia continuare lo stato di benessere che stiamo vivendo oggi e che qualcuno ce lo debba garantire.

 

Allora, è bene ricordare che la realtà di oggi è stata il futuro di ieri e che quel futuro è stato conquistato nell’arco di decenni, passo per passo, non sempre agevolmente, mai regalato da qualcuno.

 

Queste sono le ragioni per cui sarebbe estremamente utile insegnare futuro, come fosse una disciplina scolastica, alle generazioni emergenti.

 

Purtroppo, nessuna scuola è in grado di farlo, se non quella di lavorare insieme, anziani per trasmettere la loro esperienza, giovani per far brillare le nuove idee, in un processo di fertilizzazione incrociata e di solidarietà creativa.

 

E fare presto, perché il futuro è già fra noi, con le sue sfide, le sue opportunità e, diciamo pure, con il fascino della sua bellezza.

 

Mario Bartocci


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